Una cronaca dell’arena
Annatar VS The Latecomer
La pioggia non cadeva su quel luogo da innumerevoli ere, eppure The Latecomer ne portava ancora il ricordo addosso: i capelli neri rigati di bianco, umidi di un temporale che…


Personaggi del racconto
La pioggia non cadeva su quel luogo da innumerevoli ere, eppure The Latecomer ne portava ancora il ricordo addosso: i capelli neri rigati di bianco, umidi di un temporale che apparteneva a un'altra epoca, la mano destra chiusa intorno a un orologio da taschino dal cui quadrante si sprigionava una luce calda, ambra e ostinata, come la fiamma di una lanterna in una notte senza fine. Camminava sopra una distesa deserta e illimitata, un altopiano di pietra grigia che si perdeva all'orizzonte in una curvatura anomala, quasi che il mondo fosse stato piegato su se stesso. Era giunto fin lì seguendo il battito di quell'orologio, che da giorni pulsava verso est come un cuore sepolto che chiamava il suo proprietario.
Alla medesima chiamata rispondeva un'altra presenza.
Annatar fluttuava al centro di quello spazio aperto, a molte decine di passi da terra, avvolto in una veste di materia oscura e polvere stellare che si muoveva senza vento. Le sue spalle ergevano in spire sottili, e sul volto non v'era volto: solo un elmo a forma di guglia, e nel mezzo un unico grande occhio che ardeva di luce dorata, immobile, privo di palpebre. La mano destra sosteneva un anello sospeso tra orbite luminose e minuscoli corpi celesti, e intorno a lui una rete di geometrie, rune e spirali galattiche ruotava lenta, come se l'universo intero fosse la sua corte.
«Sei giunto tardi», disse Annatar. La sua voce non aveva una sola sorgente; giungeva da ogni direzione, sovrapposta a se stessa, bassa e cavernosa come il respiro di una stella morente. «L'oggetto che rechi misura un tempo che non ti appartiene. Esso appartiene all'ordine che io custodisco. Deponilo, e la tua traiettoria avrà fine senza frattura.»
The Latecomer non rispose subito. Sollevò lentamente gli occhi, che erano stanchi e profondi, e in essi non c'era paura, ma una sorta di pazienza consumata. Fece un passo avanti. La pietra sotto il suo stivale parve esitare a toccarsi.
«L'ho attraversato per vederti», mormorò. «Perché ogni cosa che misuro, tu la vuoi ferma.»
La luce dell'orologio si fece più intensa.
Annatar non provò ira né sorpresa: sollevò appena la mano, e l'anello dorato prese a orbitare più rapido. Il cielo sopra di loro si incrinò in una griglia di linee luminose, e l'altopiano, che fino a quel momento era stato piatto e infinito, cominciò a curvarsi. Le distanze si allungarono, si contrassero, si sovrapposero. The Latecomer vide il bordo dell'orizzonte avvicinarsi e poi balzare lontano, come se lo spazio stesso fosse una corda tirata da mani invisibili.
Capì la mossa. Annatar non lo attaccava con una lama o con un pugno: lo attaccava con la geometria. Voleva chiuderlo in una gabbia di coordinate, fissarlo in un punto esatto dell'universo, cancellare ogni direzione possibile tranne quella che conduceva alla resa.
The Latecomer non corse. Alzò l'orologio.
Il quadrante si aprì come un occhio di luce calda, e intorno a lui le linee della griglia, appena toccate da quel bagliore, tornarono a distendersi. Per un istante, la curvatura dello spazio fu respinta indietro, e l'altopiano tornò piano, respirabile, umano. Non era una difesa potente: era un ritardo. Un secondo guadagnato, un secondo rubato all'ordine.
Annatar ruotò l'anello di un grado, e una seconda griglia si sovrappose alla prima, più fitta, più ampia, avvolgendo l'orizzonte in una sfera cava. Le stelle minacciarono di cadere su The Latecomer come una pioggia di metallo fuso.
Lui levò di nuovo la luce, e quella pioggia si sospese a mezz'aria, sospinta appena di lato, come se il tempo di ciascuna goccia fosse stato tirato indietro di un respiro. Non le annullò: le ritardò. E nel ritardo, si mosse.
Si spostò di lato con passi lunghi e pesanti, e ogni volta che Annatar chiudeva lo spazio davanti a lui, lui apriva il quadrante e lo riportava indietro di un istante, così che la gabbia non riusciva mai a chiudersi del tutto. Avanzava verso la figura sospesa, riducendo la distanza che il nemico voleva rendere infinita.
Annatar osservò questo con l'occhio immobile. «Ritardi ciò che è già scritto», disse. «Ma il ritardo non è vittoria. È solo il suono del tuo cuore che batte prima della fine.»
Sollevò la mano libera, e l'anello dorato cominciò a descrivere un cerchio completo. Intorno a lui, le rune si accesero in sequenza, e l'intero altopiano iniziò a sprofondare in una spirale. Il terreno si avvolse su se stesso come una pagina di pergamena arsa ai bordi. The Latecomer sentì il proprio peso aumentare: ogni passo diveniva una fatica, ogni respiro un'impresa. Il tempo intorno a lui rallentava, e con esso i suoi muscoli.
Fu allora che comprese la vera natura di Annatar. Non era un guerriero, ma un legislatore. Non vinceva colpendo: vinceva stabilendo che cosa poteva accadere. E finché l'orologio batteva, The Latecomer poteva ancora contestare quella legge.
Chiuse gli occhi. Aprì il coperchio del quadrante con il pollice.
La luce calda non si diffuse più intorno a lui: si raccolse, come se tutte le sue ore sparse fossero state richiamate in un unico punto. Il tempo che aveva attraversato, i temporali che aveva camminato, le notti che aveva consumato lontano da ogni casa, tutto tornò a pulsare dentro quell'orologio. Il bagliore divenne così intenso che l'oscurità di Annatar ne fu trafitta.
Annatar abbassò lo sguardo verso quell'unico punto di luce, e per la prima volta, nel suo occhio dorato, qualcosa come un attimo di pausa.
«Non puoi fermare l'ordine», disse.
«Non voglio fermarlo», rispose The Latecomer, e la sua voce, per la prima volta, si spezzò di stanchezza. «Voglio solo passare.»
E premette il quadrante.
Non accadde nulla di violento. Non vi fu esplosione, né frattura del cielo. Vi fu soltanto un ritardo: l'intero cerchio delle rune, l'intera spirale dello spazio, l'anello dorato e le sue orbite, tutto ciò che Annatar aveva disposto con precisione assoluta, giunse appena un istante più tardi. Un singolo, minuscolo, insopportabile istante di ritardo.
In quell'istante, la gabbia non esisteva ancora.
The Latecomer mosse il piede e percorse l'ultimo tratto di altopiano che lo separava dalla figura sospesa. Non la colpì. Non ne aveva bisogno. Si fermò sotto di lei, e tese la mano libera verso l'anello dorato che orbitava sopra il suo capo.
Annatar volle chiudere la mano, ma il gesto arrivò dopo. L'anello, per la prima volta, non obbedì subito: esitò, come se la sua traiettoria fosse stata costretta a chiedere permesso al tempo invece che alla volontà. E in quell'esitazione, The Latecomer lo sfiorò con la luce dell'orologio.
L'oro dell'anello si offuscò di un tono più caldo, ambrato, umano. Le orbite rallentarono. Le rune si spensero una dopo l'altra, non distrutte, ma addormentate, sospese in un tempo che non era più quello di Annatar.
L'occhio dorato si spense lentamente, come una stella che accetta il proprio tramonto. Annatar rimase sospeso, immobile, la veste di polvere stellare che si dipanava senza più vento né volontà. L'ordine che aveva imposto non era stato infranto: era stato ritardato fino a diventare inerte.
The Latecomer richiuse l'orologio con un clic sommesso. Il suo respiro era affannoso, i capelli ancora rigati di bianco, gli occhi pieni di una stanchezza antica. Guardò per un ultimo istante la figura che aveva cessato di regnare, poi si voltò e riprese a camminare verso l'orizzonte, mentre intorno a lui l'altopiano tornava piano, silenzioso e libero, e il cielo si distendeva in una notte senza più griglie né rune.
Il finale registrato
Questo incontro si è concluso con The Latecomer ancora in piedi.
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