Una cronaca dell’arena
Malgorath: il dio del caos VS demorgorgon
Le candele si piegarono tutte insieme, come spighe sotto un vento che non apparteneva ad alcun mondo. Malgorath: il dio del caos non si mosse; non ne aveva bisogno. L'aria della…


Personaggi del racconto
Le candele si piegarono tutte insieme, come spighe sotto un vento che non apparteneva ad alcun mondo. Malgorath: il dio del caos non si mosse; non ne aveva bisogno. L'aria della navata gotica si fece densa, e le fiamme assunsero una tonalità rossastra, come se ricordassero di essere state generate, non accese. Il cappuccio nero profondo non lasciava intravedere nulla, eppure ogni cosa nella sala sembrava sapere di essere osservata.
«Un altro frammento di illusione», rimbombò la sua voce, bassa, senza fretta, senza dubbio. «Cammina verso di me, piccola cosa. Vediamo quanto a lungo la tua storia resiste alla mia volontà.»
Demorgorgon era già in movimento prima che quelle parole finissero. I suoi passi risuonarono sul pavimento di pietra — rapidi, irregolari, un ragazzo che non era mai stato addestrato a stare fermo. La destra premeva contro il petto, dove il globo pulsava di luce rosaviola, e la sinistra si protendeva in avanti come per afferrare una distanza che non esisteva. La borsa verde con la scritta "Hawkins Lab" batteva contro il fianco, e il piccolo cilindro argentato appeso ad essa tintinnava a ogni falcata.
Non attaccò. Non ne aveva l'intenzione.
Corse lungo il corridoio laterale, tra colonne di crani impilati, e la sua ombra si allungò e si spezzò contro la luce delle candele. Malgorath non lo inseguì. Sollevò appena la stanga coronata dalla gemma, e il pavimento davanti al ragazzo si aprì in una crepa nera che non rivelava alcun fondo — solo una mancanza, un'assenza di realtà.
Demorgorgon scartò. Non con grazia: con disperazione. Il piede sinistro slittò, il ginocchio urtò la pietra, ma la mano che stringeva il globo non si allontanò mai dal petto. Rotolò, si rialzò, e la luce rosa si intensificò per un istante, come se rispondesse alla minaccia. La crepa si richiuse dietro di lui, e Malgorath emise un suono che poteva essere un sospiro o una risata.
«Corri. È l'unica cosa che sai fare. E non ti salverà.»
Il dio avanzò. Un solo passo, e lo spazio tra loro si ridusse di metà, come se la navata stessa si fosse piegata al suo volere. La grande spada scura con le incisioni rosse rimase abbassata; non era ancora il momento. Malgorath non combatteva con le lame. Le usava per cancellare ciò che restava dopo che la volontà aveva già vinto.
Demorgorgon si fermò di colpo. Le spalle gli tremavano, il respiro era corto, ma i suoi occhi non fuggirono. Guardò il cappuccio nero e, per la prima volta, parlò.
«Non è tua», disse, con una voce sottile che cercava di non spezzarsi. «Qualunque cosa tu sia, questo non è tuo.»
Malgorath inclinò il capo. «Nulla è "di qualcuno". Tutto è mio perché io lo voglio. La tua piccola luce è solo un altro oggetto che non sa ancora di essere già stato reclamato.»
La gemma sulla stanga brillò. Il globo rosa nel petto del ragazzo rispose con un lampo più violento, e per un attimo le due luci si contesero l'aria della navata. Non fu uno scontro di forze. Fu uno scontro di diritti: il diritto di esistere contro il diritto di cancellare.
Poi Malgorath alzò la spada.
Non ci fu un fendente. Ci fu una sottrazione. Il mondo intorno a Demorgorgon perse colore, poi perse forma, poi perse la pretesa di essere solido. Le colonne si assottigliarono in linee, i crani divennero macchie, il pavimento divenne l'idea di un pavimento. Il ragazzo sentì il proprio corpo diventare più leggero, come se qualcuno stesse riscrivendo la sua presenza con inchiostro sempre più diluito.
Demorgorgon urlò. Non di paura — di rifiuto. Spinse la mano sinistra in avanti, e il globo rosa si staccò per un istante dal petto, fluttuando tra le sue dita. Non lo lanciò. Lo tenne lì, come uno scudo, come una promessa. La luce si espanse in un cerchio irregolare, e per un battito di cuore la cancellazione si fermò.
Malgorath osservò. Non c'era rabbia nel suo gesto, né sorpresa. Solo una pazienza infinita, la pazienza di chi sa che ogni resistenza è un ritardo, non una sconfitta.
«Interessante», rimbombò. «Credi che proteggere una cosa la renda reale. Ma la realtà non è ciò che stringi. È ciò che io concedo.»
Abbassò la stanga, e la gemma emise un suono basso, come una campana affondata nel fango. Il cerchio di luce rosa iniziò a incrinarsi ai bordi. Demorgorgon lo sentì — non nel corpo, ma in quella parte di sé che ancora ricordava di essere qualcuno. Le crepe si propagarono verso l'interno, e con esse arrivò il silenzio: un silenzio che non era assenza di suono, ma assenza di significato.
Il ragazzo fece l'ultima cosa che poteva fare. Non fuggì. Non attaccò. Si voltò di scatto verso la navata laterale e corse — non verso l'uscita, ma verso la telecamera che sapeva essere lì, verso la storia che qualcuno, da qualche parte, avrebbe potuto ancora leggere. Il globo rosa tornò contro il suo petto, e la luce si fece più debole, ma non si spense.
Malgorath non si voltò a guardarlo andare. Non ce n'era bisogno. Sollevò di nuovo la spada scura, e con un gesto lento, quasi annoiato, tagliò via l'ultimo residuo di quella luce dalla sala. Il cerchio rosa si dissolse come fumo in aria ferma. Le candele ripresero a bruciare con fiamme normali. I crani tornarono a essere crani.
Demorgorgon non c'era più. Non perché fosse stato ucciso, ma perché la sua presenza era stata revocata — un errore di battitura corretto nella grande pagina del reale. Il globo, la borsa, il cilindro argentato: tutto ciò che lo definiva era stato ridotto a una nota a margine che nessuno avrebbe più letto.
Malgorath rimase immobile al centro della navata. La voce del ragazzo non era più udibile, eppure qualcosa della sua ostinazione indugiava nell'aria, come un odore che non vuole andarsene.
«Le storie finiscono quando io lo decido», disse il dio del caos, e la sua voce non ammetteva replica. «E questa è finita.»
La gemma sulla stanga tornò opaca. Le candele si chinarono di nuovo, tutte insieme, e la navata gotica si richiuse intorno a lui come una mano che non aveva mai davvero lasciato la presa.
Il finale registrato
Questo incontro si è concluso con Malgorath: il dio del caos ancora in piedi.
Questa storia fittizia è stata generata da PicWar AI da personaggi dei giocatori e una battaglia pubblica a scopo di intrattenimento.Cambieresti questo finale?
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