Una cronaca dell’arena
Divoratore dell’Abisso Eterno VS Void
Il cielo sopra la città morta non era più un cielo. Divoratore dell'Abisso Eterno lo aveva mangiato a morsi, un ammasso di banchi di nubi porpora e stelle cadenti che gli si…


Personaggi del racconto
Il cielo sopra la città morta non era più un cielo.
Divoratore dell'Abisso Eterno lo aveva mangiato a morsi, un ammasso di banchi di nubi porpora e stelle cadenti che gli si avvolgevano intorno come vene impazzite. La sua metà superiore, umanoide e pallida come una statua di sale trascinata fuori da un naufragio, si ergeva al centro della piazza. I tatuaggi runici che gli solcavano il petto pulsavano con un ritmo lento, intestinale, e sopra la sua testa fluttuava l'aureola d'oro: non un simbolo di grazia, ma una struttura geometrica, fredda, simile a un meccanismo orologionario progettato per misurare il tempo che restava alle cose. Dalla vita in giù, il dio non aveva gambe. Aveva radici. Migliaia di viticci neri che writhingavano nel selciato, sollevando blocchi di pietra, inghiottendo fontane, trasformando la geometria urbana in una poltiglia organica.
Era venuto per il rumore. Una campana, da qualche parte, continuava a suonare nonostante tutto — ostinata, metallica, oscena nella sua regolarità. Il Divoratore odiava la regolarità.
Poi il suono si interruppe, e non perché qualcuno avesse smesso di tirare la corda. Si interruppe perché uno spazio vuoto comparve esattamente dove l'onda sonora stava passando, e il vuoto se la bevve.
Void camminò fuori dalla piega.
Non era enorme. Non era luminoso. Era un uomo in armatura, e questa era già una specie di insulto: metallo grigio annerito, segnato da una crepa sottile che gli attraversava il torace come una cicatrice mai rimarginata, e sul petto vi era inciso un simbolo ovale, una fessura verticale che assomigliava a un occhio chiuso o a una porta che nessuno aveva autorizzato ad aprirsi. Un mantello brandellato gli pendeva dalle spalle, e le estremità del tessuto non finivano: si sfilacciavano in filamenti scuri che si dissolvevano nell'aria a mezz'aria, come se il mantello stesse lentamente disintegrando la propria esistenza. Dietro una spalla sporgeva l'elsa di una spada avvolta in cuoio rosso, consumato dall'uso. Dagli avambracci, dalle cosce, dal fianco, colava una luce rossa: non energia, non fuoco. Qualcosa di più fastidioso. Una ferita aperta nella forma del guerriero, che brillava dove avrebbe dovuto esserci ombra.
Sul casco, una fessura orizzontale. Dentro la fessura, due occhi gialli, immobili, privi di qualsiasi cosa che potesse definirmente sorpresa.
«piccolo» disse il Divoratore. La voce arrivò da tutte le direzioni simultaneamente, incluse quelle sbagliate, e le parole uscirono frammentate perché il linguaggio mortale era una cucchiaino per contenere ciò che intendeva. «sei... rumoroso. Cammini. Respiri. Fai... conto.»
Void non rispose. Si limitò a spostare il peso su un piede, e quel gesto minimo fece abbassare di tre gradi la temperatura della piazza.
Il Divoratore strike per primo, per principio. Tre radici nere schizzarono dal terreno in traiettorie diverse — alta, media, bassa — non per colpire ma per osservare. Voleva vedere come si muoveva una creatura così compatta quando il mondo le crollava attorno, voleva copiare il suo equilibrio, rubargli la coordinazione e restituirla distorta.
Le radici lo raggiunsero. Le prime due si fermarono a venti centimetri dal casco e si fermarono davvero: non rallentarono, non deviarono. Semplicemente smisero di essere in movimento, restando sospese come illustrazioni di un libro. La terza, quella bassa, colpì lo stivale e rimbalzò via con un suono liquido, perdendo un pezzo della propria massa.
«adattamento» mormorò il dio, e la parola aveva quasi rispetto. «nullificazione locale. copia.»
L'aureola sopra la sua testa ruotò di quindici gradi. Lo spazio circostante si ispessì.
Void alzò l'avambraccio sinistro e lasciò che la pressione lo investisse. L'armatura gemette; la crepa sul petto si illuminò di rosso, e per un istante il dio sentì il proprio potere tornare indietro con la stessa identica curva, la stessa firma, come un eco registrato e riprodotto con precisione chirurgica. Fu sgradevole. Fu anche — e questo lo irritò più di ogni altra cosa — istruttivo.
Quindi Void attaccò. Non con velocità soprannaturale: con economia. Ogni passo cancellava una porzione di terreno sotto i piedi del nemico, costringendo il Divoratore a riorganizzare continuamente la propria base. La spada rossa uscì dal fodero con un suono che non era metallo, e il primo fendente tagliò via sei radici in un colpo solo. Il secondo aprì un solco nel selciato che si riempì immediatamente di tenebra liquida. Il terzo il dio lo parò piegando lo spazio attorno alla lama, e la lama deviò, e il dio rise — un suono di frane.
Poi cambiò strategia, perché era ciò che era nato per fare. Smettere di attaccare. Assorbire.
I viticci si ritrassero tutti in un unico nodo sotto il suo bacino, e il corpo pallido si espanse verso l'alto, le rune sul torace che si accendevano in sequenza. La piazza intera divenne un orecchio: ogni tecnica usata contro di lui era ora archiviata, replicabile, migliorata. Void aveva nullificato? Anche il dio poteva nullificare. Void aveva tagliato lo spazio? Il dio lo avrebbe fatto su scala nove volte maggiore.
L'aureola si fermò. Silenzio totale, perfino la polvere smise di cadere.
Poi il mondo si capovolse.
Il Divoratore rovesciò la gravità della piazza, e contemporaneamente applicò la nullificazione locale all'intero volume occupato dal suo avversario, e contemporaneamente replicò il taglio spaziale in dodici direzioni. Tre copie dei poteri di Void, usate insieme, senza concessioni. Era una mossa che un mortale non avrebbe mai potuto eseguire, e il dio la eseguì con la soddisfazione tranquilla di chi dimostra un teorema.
Vide la figura in armatura venire distrutta. Vide il casco dividersi, il mantello evaporare, il torso separarsi lungo la vecchia crepa.
E poi vide, con una lentezza che somigliava a un insulto, i pezzi tornare indietro.
Non guarire. Tornare. Come se la ferita fosse un fotogramma rimosso e reinserito nel punto giusto. Void ricompose le proprie parti camminando in avanti attraverso l'esplosione, e mentre avanzava, la luce rossa che gli colava dall'armatura cominciò a espandersi — non su di sé. Sul Dio.
«Tu copi» disse finalmente, e la sua voce era piatta, stanca, priva di qualsiasi teatralità, il che la rendeva terribile. «Copi tutto. Tranne ciò che non ha origine.»
Il Divoratore capì troppo tardi. Capì che il nullificatore non aveva mai usato i propri poteri contro di lui. Li aveva usati contro lo spazio che li conteneva. Capì che l'assenza non può essere imitata, perché non è una tecnica: è una sottrazione di presupposti.
Le rune sul petto si spensero una dopo l'altra, in ordine, come luci di un edificio evacuato. L'aureola dorata si inclinò, perse il proprio aggancio dimensionale e cadde a terra con un tintinnio miserabile, rotolandogli ai piedi come un utensile scaduto. Le radici cominciarono a ritirarsi, non per volontà divina ma per mancanza di substrato: la materia della piazza stava diventando neutra, indifferente, non più commestibile.
Void fu davanti a lui. Sollevò la spada — solo quella, nessuna tecnologia dello spazio, nessun artificio — e la conficcò nel centro della crepa del proprio stesso petto, trasferendo all'indietro tutto ciò che aveva assorbito: non energia, ma il vuoto che l'energia lasciava quando se ne andava.
Il Divoratore dell'Abisso Eterno provò, per la prima volta, qualcosa di molto antico e molto piccolo. Fame inversa. Il bisogno di essere altrove.
La lama uscì dal suo dorso. Il corpo pallido si afflosciò in dentro, implodendo nelle proprie radici, e le radici seguirono, svuotandosi di significato fino a diventare semplici stracci neri sul selciato. Sopra la piazza tornò un cielo — qualunque cielo fosse, non il suo.
La campana ricominciò a suonare.
Void rinfoderò la spada, e nessuno lo vide andarsene: semplicemente, un istante dopo, non c'era più.
Il finale registrato
Questo incontro si è concluso con Void ancora in piedi.
Questa storia fittizia è stata generata da PicWar AI da personaggi dei giocatori e una battaglia pubblica a scopo di intrattenimento.Cambieresti questo finale?
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